Magia della ceramica | Arturo Martini | BIOGRAFIA

Arturo Martini

(Treviso 1889 – Milano 1947) è stato il più importante scultore italiano della prima metà del ‘900. Cresciuto in una famiglia di modeste condizioni economiche, ha trovato nella città natale personaggi come l’abate Luigi Bailo e l’imprenditore di ceramiche Gregorio Gregorj, che lo hanno accompagnato nei primi passi e gli hanno reso possibile una formazione adeguata alle precoci predisposizioni dimostrate già nella Scuola Serale di Treviso e poi a Venezia presso lo studio di Urbano Nono. Dotato di una naturale abilità grafica, Martini ha presto dimostrato alto interesse per la modellazione, trovando quindi nelle manifatture di Treviso ampia possibilità di esprimersi. Per Gregorj, egli ha realizzato fin da giovane notevolissime ideazioni in ceramiche che ha fin da subito inteso quali equivalenti delle sculture. Affermatosi nelle mostre giovanili di Ca’ Pesaro dirette da Nino Barbantini, Martini ha colpito amici artisti, collezionisti e critici d’arte con sculture (in ceramica) come Fanciulla piena d’amore, diventata in seguito una vera e propria icona della stagione artistica veneziana dei primi ‘900. Dopo la Grande Guerra è tornato alla scultura, avendo da poco pubblicato a proprie spese a Faenza il liber mutus Contemplazioni, un enigmatico commiato xilografico – privo di parole e privo di immagini – dagli ideali espressivi giovanili e un varco aperto verso una maturità ancora non esperita.

Trasferitosi a Milano e sposatosi a Vado Ligure con Brigida Pessano, da cui ha avuto due figli, Martini realizza per la città della moglie il Monumento ai Caduti, prima sua opera di grandi dimensioni; entrato in contatto con il raggruppamento di “Valori Plastici” di De Chirico e Carrà, si trasferisce a Roma e ad Anticoli Corrado, realizzando per conto di un artista statunitense un grandioso Monumento ai Pionieri per la città di Worcester, da poco restaurato e ricollocato in situ. In questo momento di crisi, attorno al 1925-1926, l’artista ritorna alla ceramica e modella un ciclo di opere per la fornace dell’amico Manlio Trucco, destinate a grande fortuna e a lasciare un segno inestinguibile nella produzione di ceramica italiana di piccola serie (Piccolo presepe, Grande presepe, Via Crucis, Il sogno del centauro, La bagnante e tutte le opere esposte in questa occasione). Con il sostegno e l’approvazione entusiasta da parte dell’architetto Mario Labò, le espone alla Terza Biennale di Monza dove successivamente, nel 1930, propone inoltre un gruppo di animali in esemplare unico, altrettanto incantevoli per fantasia e per soluzioni plastiche. In questo periodo insegna per un anno presso l’Istituto Superiore delle Industrie Artistiche avendo come allievi Marino Marini e Mirko Basaldella.

Tornato dunque a modellare, si dedica a sculture in terracotta che trovano nello Zio e nella Nena (ritratto della figlia Maria) prime prove magistrali, per approdare nelle grandi terrecotte a esemplare unico di due metri, sculture che gli valgono il primo premio alla I Quadriennale di Roma del 1931 (Donna al sole, Pastore) e la presentazione di una sala personale alla XVIII Biennale di Venezia del 1932 (Aviatore, Chiaro di Luna, Gare invernali, Il sogno, La veglia). Nel corso degli anni ’30 Martini si impegna molto in opere monumentali, che sono tuttora riconosciute tra le più interessanti tra quelle realizzate durante il ventennio fascista: tra queste primeggiano la Giustizia Corporativa, al Tribunale di Milano e, sempre a Milano, i rilievi sui prospetti dell’Arengario in Piazza Duomo.

Mentre si dedica parallelamente alla pittura, all’inizio degli anni ’40 è chiamato alla cattedra di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, per chiara fama; qui conosce Carlo Scarpa e Mario Deluigi e avvia una stagione nuova per la scultura italiana, lavorando la creta e il gesso in modo innovativo e realizzando a Carrara, in marmo, due opere capitali: Donna che nuota sott’acqua (ora a Verona nelle collezioni Domus – Fondazione Cassa di Risparmio) e Tito Livio (a Padova, Liviano). L’insegnamento è molto fruttuoso, anche se non mancano dubbi e dilemmi sulla scultura, pensieri che egli esplicita nel libello La scultura lingua morta, pubblicato a Venezia nel 1945 prima di trasferirsi a Milano, dove muore improvvisamente nel 1947. Le ultime sue opere milanesi sono ceramiche e terrecotte.

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